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LO SGUARDO SOCIALE

05-02-2026 16:25

Dott.ssa Verde Antonietta

disturbi alimentari,

LO SGUARDO SOCIALE

Ad oggi l’esigenza emotiva è connessa con il mondo contemporaneo digitale, generando dinamiche spesso fragili e complesse. Una esigenza emotiva instab


 

Ad oggi l’esigenza emotiva è connessa con il mondo contemporaneo digitale, generando dinamiche spesso fragili e complesse. Una esigenza emotiva instabile, è un senso di vuoto interiore che spinge a una ricerca costante e continua di affetto e relazioni significative.
Dove nasce il senso di vuoto interiore? 
Nasce da una mancanza sviluppata quando le prime necessità emotive e di riconoscimento, durante l’infanzia, non vengono soddisfatte in modo adeguato. Questo vuoto è spesso connesso alla separazione dal legame simbiotico iniziale con la figura materna. L’individuo pur di colmare questa mancanza attraverso l’altro, sviluppa una dipendenza affettiva, una necessità di approvazione e cura costante, non riuscendo mai a saziarsi. La persona cerca nell’altro una parte di sé.  
Il Sé rappresenta l’immagine e la percezione che ogni individuo ha di se stesso, è un punto centrale della personalità che si forma attraverso le esperienze e le relazioni fin dall’infanzia.  Esso si costruisce grazie allo sguardo dell’altro, partendo dallo sguardo materno attraverso il quale il bambino si identifica, poi attraverso lo sguardo del terzo, ad esempio il padre, infine attraverso quello sociale.  Senza lo sguardo del terzo il soggetto rischia di entrare in uno sguardo giudicante, di controllo.  
Il Sé si costruisce grazie alla presenza di genitori empatici, capaci di riflettere e sostenere i significati che il bambino elabora progressivamente nel corso delle diverse fasi del proprio sviluppo. Quando, durante la crescita, il Sé risulta frammentato o non sufficientemente continuo, possono emergere vissuti di insicurezza e fragilità psichica.
Un esempio significativo è rappresentato dai disturbi del comportamento alimentare: in questi casi, la persona cerca nell’altro una parte di sé che non è stata adeguatamente riconosciuta o rispecchiata. Si instaura così una relazione con il disturbo (come nella bulimia o nell’anoressia), in cui il cibo diventa una forma di privazione o un sostituto simbolico del nutrimento affettivo mancante.
Un altro esempio riguarda il rapporto con i social media e la dimensione della performance. Molti adolescenti finiscono per indossare una “maschera” all’interno di un contesto idealizzato, caratterizzato da efficienza e felicità forzata, spesso connesso a dinamiche di narcisismo e ansia da prestazione. Le maschere assunte, frequentemente in forma digitale, rappresentano una difesa complessa volta a nascondere la fragilità e a sostenere un ideale di perfezionismo (il cosiddetto “bravo ragazzo”) in una società che richiede costanti prestazioni. Il rischio è quello di identificarsi progressivamente in un falso Sé, costruito sullo sguardo dell’altro, fino a trasformare tale assetto difensivo in una vera e propria gabbia.

Quali sono i rischi che oggi tendono ad accentuarsi sempre di più? 
Fenomeni come l’hikikomori, inteso come una forma di ritiro sociale e isolamento estremo, o il gaming disorder — riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una dipendenza comportamentale — sono caratterizzati da un uso compulsivo e incontrollato dei videogiochi.
A questi si affiancano forme mascherate di depressione e difficoltà relazionali che spesso faticano a trovare un’espressione simbolica e verbale. In molti casi, il disagio psichico si manifesta attraverso il corpo: sintomi somatici come il dolore cronico, i disturbi del comportamento alimentare o alcune manifestazioni riconducibili all’ADHD possono rappresentare modalità espressive di un disagio che non riesce a essere mentalizzato e verbalizzato.

RIFLESSIONI
È fondamentale in caso di situazioni simili che il comportamento dell’adulto rimanga calmo e presente. L’obiettivo è essere una presenza stabile, non risolvere tutto subito. 
Ascoltare attivamente, ascolta il suo punto di vista,  mantenere il contatto visivo. Non interrompere. Comunica che la sua opinione conta.
Non accusare,  Sii chiaro su cosa ti ha turbato, ma evita insulti o accuse.
Sii un “contenitore”: Accogli le sue emozioni, anche durante i conflitti, senza spaventarti. Stai nel conflitto ma ascolta anche. Tante volte l’aggressività di un genitore per un ragazzo può costruire un conflitto interiore o un messaggio che può essere frainteso e diventare una mortificazione. 
Crea spazi di dialogo, parla anche quando sembra non volerlo, momenti come essere in macchina o fare la spesa. 
La casa deve rappresentare un luogo di rifugio lontano da pressioni di scuola o amici o social. 
Stabilisci routine e confini. La routine dà sicurezza. Negoziate insieme regole e conseguenze. I confini sono momenti di riflessione fondamentali sia per un genitore che per il ragazzo, diverso dall’isolamento. 
Mostra interesse per il suo mondo (anche online): Chiedi “com’è andata su internet?”. Questo apre canali comunicativi su cyberbullismo, social, ecc..
QUANDO CERCARE AIUTO? 
Quando l’isolamento è prolungato, quando la paura di affrontare il mondo, l’aggressività o il rifiuto dell’altro, blocca ogni chance di ripartire. In quel caso può essere utile offrire delle figure differenti fra loro, proponendo l’aiuto migliore che il ragazzo/a voglia avere in quel momento. 
Esiste la terapia indiretta (per i genitori) se l’adolescente rifiuta di andare.

 

 

 

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