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LA STORIA DI RITA

31-10-2025 17:09

La Voce dei Ragazzi

Storie di Adolescenti,

LA STORIA DI RITA

A quindici  anni ero allegramente inconsapevole del fatto che mancanza di sonno, primo o poi, mi avrebbe fatto uscire di testa: non dormire per me non

A quindici  anni ero allegramente inconsapevole del fatto che mancanza di sonno, primo o poi, mi avrebbe fatto uscire di testa: non dormire per me non era certo una novità. Già da piccola ne avevo fatto ampiamente esperienza: i miei quaderni ai tempi delle scuole elementari erano molto ordinati: a sette, otto , nove anni, chiusa di notte nella mia cameretta ( niente TV, vietato fare rumore!) che altro potevo fare se non star china alla luce della scrivania, eseguire come si deve ogni compito che ci dava la maestra e ricopiare tutto accuratamente sul quaderno “ di bella “ ? . Da quando è ricordo, non ho mai preso un votaccio o una nota. E poi c’erano i libri: mamma e papà non me ne hanno mai fatti mancare. La notte era perfetta: quale momento migliore della quiete dell’oscurità, quando tutto è silenzio, per esplorare nuovi mondi? È stato qui che è sbocciato il mio amore per la carta. Più di una volta avrei potuto mettermi a letto, quando con il procedere della notte le palpebre si facevano pesanti. Ma ancora una pagina, mi dicevo e intanto l’alba si avvicinava….La scoperta più straordinaria di quel periodo? La biblioteca!.
Ero una bambina molto ansiosa e turbolenta ma sveglia. Avevo subito capito che non si doveva creare problemi: gli adulti ne avevano già troppi ed erano sicuramente più importanti dei miei. 
Costruire una facciata di allegria e serenità è stato molto facile. Credo di non aver mai avuto bisogno di molte ore di riposo: il mio corpo sapeva farsi bastare quello che gli davo ..Ora non so se la mia mente la pensasse alla stessa maniera. Gli inverni erano i periodi più facili: mi alzavo prestissimo, e mi piaceva, ma la notte dormivo. I cambi di stagione mi mandavano nel pallone : le notti caotiche portavano confusione nelle giornate. In estate ero esuberante, qualche ora qua e la’ era perfetto….Per questo non ne ho mai parlato con gli adulti: non mi sembrava questa gran cosa; a volte ero lucida dopo una notte insonne che dopo una passata a letto ad appisolarmi, svegliarmi, rigirarmi, chiudere gli occhi e aspettare tamburellando con le dita sul comodino…La pazienza non è mai stata tra le mie virtù. 
E così eccomi qui: quindi anni. Indubbiamente ancora una bambina, alle prese con le prime mestruazioni. Così abituata a non allontanarsi da casa che il primo giorno nel nuovo istituto superiore sono riuscita a perdermi nella mia città!. Ero entrata in classe con un’ora di ritardo e gli occhi sbarrati balbettando di essermi persa….
Inutile descrivere lo scoppio di risate dei miei nuovi compagni. Era una classe femminile: giovani donne, molto più mature di me…È bastato poco perché diventassi la sfigata della classe, quella che se ne sta in un angolo con un libro mentre tutte le altre chiacchieravano di smalti per le unghie e di ragazzi. 
Sola, perennemente angosciata e piena zeppa di ormoni, ricominciarono gli incubi che già avevano popolato le notti della mia infanzia…Lo spietato uomo nero, una presenza fatta di vuoto, come un buco senza luce ma di forma umana, che mi avvinghiava al letto tenendomi paralizzata, con gli occhi spalancati dal terrore ma incapace di muovere o emettere il minimo suono. E la cosa, sempre la stessa, enorme, tetra e scricchiolante, in cui mi aggiravo non con l’inconsapevolezza tipica dei sogni, ma piuttosto con la presenza di una persona sveglia che si muove in un’ allucinazione. La sola idea di chiudere gli occhi mi dava la nausea: il caffè divenne il mio migliore amico, come pure le sigarette. 
 

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