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De FormAzione

13-10-2025 13:02

Dott.ssa Giuseppina Di Guida

Formazione,

De FormAzione

Premessa I Paesi industrializzati   hanno  adottato da tempo un  modello  socio-economico in cui la conoscenza è la risorsa principale per la crescita

Premessa 


I Paesi industrializzati   hanno  adottato da tempo un  modello  socio-economico in cui la conoscenza è la risorsa principale per la crescita e il progresso. Questa società è basata sull'educazione continua per tutti, sull'accesso universale all'informazione, sulla libertà di espressione e sul rispetto della diversità culturale, con l'obiettivo di formare cittadini consapevoli e in grado di partecipare attivamente alla vita pubblica e democratica. 


La società della conoscenza promuove lo sviluppo delle capacità e delle conoscenze di ogni membro della società, attraverso sistemi educativi e altre agenzie (media, industrie, ecc.).


L'accesso universale all'informazione, alla conoscenza scientifica e alle risorse educative è considerato un pilastro fondamentale anche per costruire pace, sviluppo e dialogo interculturale.

 

La conoscenza permette ai cittadini di fare scelte consapevoli, sia a livello personale che pubblico, rafforzando la democrazia partecipata e l'integrazione sociale. 
 

La definizione “società della conoscenza” evidenzia pertanto come la formazione sia uno strumento fondamentale per l'adattamento ai cambiamenti, l'inserimento nel mondo del lavoro e lo sviluppo personale a tutti i livelli.  

 

La formazione non è dunque solo finalizzata ad adattarsi ad un mondo in rapida evoluzione o allo sviluppo professionale, ma punta soprattutto alla crescita personale, civile, morale e sociale delle persone.


Ciò implica che il lifelong learning, ovvero l’apprendimento lungo l’arco della vita, non è riferibile solo ai lavoratori  impegnati nei  contesti professionali, ma riguarda tutti i cittadini con riflessi importanti nella loro vita familiare, relazionale e personale. 

 

Il lifelong learning può garantire  l’acquisizione e l’aggiornamento delle abilità tecniche e di quelle trasversali, in particolare legate al miglioramento personale: le cosiddette “soft skills”, ovvero capacità di comunicazione, gestione del tempo, intelligenza emotiva e così via. 

 

Gli studi condotti dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), concordano  nell’importanza di  investire nella formazione continua. Insomma, se fino a qualche decennio fa una formazione specifica era sufficiente per una intera carriera, oggi  è necessario un apprendimento continuo.


Ma come evolve la formazione continua in quest’epoca di continui cambiamenti? Si possono  individuare due pilastri: da un lato le competenze tecnico/professionali (hard skills) da acquisire e/o aggiornare, e dall’altro le competenze trasversali (soft skills) da sviluppare. 

 

Le basi del lifelong learning

Le basi della formazione continua sono l’upskilling e il reskilling. Pur avendo una base comune, ovvero l’acquisizione, lo sviluppo e l’aggiornamento di competenze, l’upskilling e il reskilling  hanno obiettivi e modalità specifiche.

 


Upskilling: quel che si sa non basta
Per upskilling si intende il potenziamento delle competenze già possedute dalle persone per adattarle alle nuove necessità del contesto  nel quale si opera. In pratica, l'upskilling mira a rendere chi lavora migliore nel suo ruolo attuale, integrando nuove abilità che riflettono i nuovi approcci ai problemi.


Reskilling: il mondo cambia, le competenze seguono

Il reskilling  presuppone una formazione per acquisire interamente nuove competenze e svolgere compiti completamente diversi da quelli attuali. Si pensi alla trasformazione generata dall’intelligenza artificiale, che comporta una automazione di mansioni ripetitive, liberando spazio per altre più creative.  

 

Informazione e formazione acquistano un senso e un valore solo se capaci di generare trasformazione.
Ci troviamo in una  fase storica molto impegnativa del nostro tempo  in cui termini come formazione e informazione vengono spesso usati come sinomini, generando false aspettative e soprattutto azioni non efficaci ,  che  non vanno né  a beneficio degli operatori dell’educazione, dei professionisti  della cura, dei genitori,  né a garanzia del benessere dei bambini e degli adolescenti.
La proliferazione dei centri di erogazione della formazione, con una crescita esponenziale dei corsi telematici e a distanza, ha generato il fenomeno dell’accumulazione di titoli a cui non si associano necessariamente competenze realmente possedute.


Occorrono strumenti culturali, emotivi e relazionali utili a orientare l’azione degli adulti che operano a stretto contatto con il disagio giovanile , in grado di generare  situazioni sociali di apprendimento,  facendo leva su aspetti relazionali nel gruppo-classe o nei gruppi di riferimento.


Chi  tutti i giorni incontra bambini, famiglie e adolescenti e gestisce le situazioni più complesse, sa bene che le competenze richieste non si imparano attraverso una ricerca e neanche attraverso le conoscenze neuroscientifiche, ma attraverso la cura quotidiana del proprio essere  un adulto di riferimento , mentre viene sollecitato dalle numerose storie personali  che si ritrova di fronte, con una intensità che non è confrontabile con le sollecitazioni che riceve chi lavora in altri contesti.

 


Quando la formazione genera trasformazione?
Un educatore, un professionista della cura può  imparare come funziona il cervello, può conoscere i contenuti delle discipline, i sintomi del disagio e le relative problematiche cliniche e pedagogiche, può essere informato sulle nuove metodologie di apprendimento e di intervento  per i comportamenti a rischio, ma  su tutto quello che riguarda gli aspetti relazionali, la gestione del gruppo,  gli aspetti emotivi che inevitabilmente emergono durante l’applicazione delle metodologie di intervento,  ha bisogno di essere formato da professionisti della relazione, che siano insegnanti con particolari competenze  o  psicologi e psicoterapeuti. Questi ultimi utilizzano infatti la relazione prima ancora che per curare, per costruire una buona relazione con il paziente, e tutta la parte di competenze che uno psicoterapeuta ha per stare con l’emotività dell’altro e per costruire una buona relazione può essere condivisa. Acquista estrema rilevanza nella relazione degli adulti con bambini e adolescenti  il saper stare , come prevenzione e spesso trattamento del disagio.

 

È di questa parte relazionale, soprattutto, che la formazione degli adulti deve occuparsi, prima ancora delle patologie, delle  metodologie  o del funzionamento del cervello.  Perché se so come è fatta un’auto ma non so come mettere la benzina per farla funzionare, la conoscenza del motore non mi serve. 


Se conosco solo le teorie psico-pedagogiche di Piaget, Comenio e Freud,  se conosco i disturbi che afferiscono alla sfera cognitiva e psicomotoria, se conosco i dati statistici  sul disagio e le teorie che cercano di comprenderlo,  ma non conosco i gesti, le parole, i toni che caratterizzano una buona relazione, se non conosco come proteggermi dalla mia emotività, se non conosco come stare con tutte le sfumature emotive e relazionali che incontro ogni giorno, non riuscirò ad osservare, ad ascoltare l’altro per instaurare una relazione di aiuto.


E’ più che mai urgente delineare in tutti i contesti di vita dei bambini e degli adolescenti, includendo in essi la famiglia, la scuola, i gruppi formali e informali,  i servizi socio-assistenziali e terapeutici, un modo nuovo di formare, un tempo nuovo per l’ascolto!
Un tempo in cui la mente non corra altrove, ma si fermi, respiri, e incontri la vita.
È quel momento in cui, dentro una relazione, qualcosa accade.
Un volto si illumina, uno sguardo si alza, una parola detta con semplicità diventa scoperta.

 

È l’attimo in cui la conoscenza si fa carne, diventa esperienza, emozione, relazione.

 

Saper stare significa accompagnare gli altri dentro il mistero del vivere, insegnando che non serve vincere battaglie, ma abbracciare la vita così com’è. Con le sue fatiche, le sue pause, i suoi doni.
Mostrare come ogni errore è un frammento di verità, ogni attesa una possibilità di capire, ogni sconfitta un modo per crescere.

 

Per trasformare occorre esserci

Essere presenti con tutto ciò che siamo: corpo, mente e cuore.Significa credere che ogni giorno, anche quello più difficile, può essere l’ora del risveglio.

 

E che nessuna vita è “sbagliata”, se attraversata con amore e curiosità.

 

Ma la risposta al disagio  non si regge su individui isolati: si regge su una comunità che cammina insieme.

 

Fare squadra non è un atto organizzativo, è un gesto profondamente umano.ù

 

Vuol dire condividere responsabilità, accogliere le fragilità, sostenersi nei giorni in cui la fatica pesa.

 

Forse il segreto è tutto qui: smettere di inseguire il tempo e imparare ad abitarlo.
Non c’è un domani perfetto da attendere, c’è un presente da vivere con pienezza.
Un presente fatto di sguardi, mani che si tendono, parole che restano.

 

E allora sì, ogni incontro, può essere un piccolo atto di trasformazione.
Un modo per ricordarci che la vita, come l’apprendimento, non va spinta in avanti: va accolta, qui e ora.

 

 

 

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