C’era un ragazzo che amava dipingere. Non aveva ancora un nome da firmare sui muri della città, ma sapeva che il colore lo chiamava. Quando stava davanti alla tela bianca, però, sentiva un vuoto: un silenzio che faceva paura. Era come se qualcosa mancasse sempre.
Un amico gli mise in mano una pasticca: “Ti aiuta a stare meglio, vedrai. Ti farà volare.” E in effetti, per un attimo, fu come se il vuoto si colmasse: il cuore accelerava, i pensieri si confondevano e sembrava di avere trovato finalmente “quello che mancava”.
Potremmo dire che lì entrò in gioco qualcosa che riguardava il desiderio. Non il bisogno, che si soddisfa e si spegne (come bere acqua quando hai sete), ma quella spinta infinita che non si placa mai del tutto. Il desiderio è ciò che rende la vita viva, ciò che ci mette in movimento. Ma proprio perché non si lascia chiudere, rischia di diventare insopportabile.
Le droghe seducono perché fingono di mettere fine a quell’inquietudine: “non ti manca più nulla, ti ho dato quello che cercavi”.
Eppure, guardando l’arte e la letteratura, si scopre che il vuoto può diventare motore, non peso. Van Gogh, con le sue notti stellate, non cercava di cancellare la sua mancanza: la trasformava in pittura. Franz Kafka scriveva di personaggi smarriti e inetti non per guarire dal suo disagio, ma per farne parola. Anche Baudelaire, che conosceva l’ebbrezza dell’oppio, ha lasciato versi che mostrano quanto fragile sia quella promessa di pienezza: un lampo che lascia dietro catene.
Il nostro ragazzo, dopo qualche tempo, si accorse che senza la pasticca il vuoto tornava, ma più scuro, più insaziabile. La sostanza non gli dava più “il volo”, ma solo la necessità di ripeterla. Ciò che sembrava desiderio era diventato bisogno compulsivo: non apriva nuove strade, lo chiudeva in un circuito.
La psicoanalisi suggerisce allora di cambiare sguardo: il desiderio non va zittito, ma ascoltato. È come una ferita che può diventare feritoia: da lì passa la luce, se trovi un modo di darle forma. Una canzone scritta male, un disegno storto, una parola detta a un amico: ecco il luogo in cui il vuoto non viene eliminato, ma trasformato.
La droga illude di cancellare la mancanza, ma in realtà la moltiplica. L’arte, la parola, il legame con gli altri, invece, mostrano che la mancanza è la condizione stessa per desiderare, per inventare, per amare.
E allora la domanda diventa questa: non “come faccio a riempire il mio vuoto?”, ma “che cosa posso creare a partire da lì?”.
Il desiderio non è un vuoto da riempire, ma uno spazio da abitare. È ciò che ci rende vivi, capaci di parola, di legami, di creazione. Le droghe, al contrario, fingono di colmare quel vuoto, finendo per impoverirlo.
Allora, forse, la vera sfida non è tanto “dire no” alle sostanze, in un modo moralistico (tutti sanno che "le droghe fanno male"), ma domandarsi: che cosa desidero davvero?



