Ogni volta che una giovane vita viene spezzata da un atto di violenza, il dolore collettivo si fa strada tra le parole, le piazze, i social. Le reazioni si moltiplicano, ma troppo spesso arrivano quando è ormai tardi. L’indignazione è forte, la condanna unanime. Ma basta? Da tempo ormai sappiamo che non servono solo manifestazioni, proclami o giornate celebrative. Serve un cambiamento culturale
profondo. E per farlo, occorre tornare indietro, “a monte”, per osservare e comprendere cosa precede il gesto estremo.
Perché la violenza non è mai un fulmine a ciel sereno, ma l’ultima tappa di un’escalation spesso invisibile.
La violenza: un fenomeno strutturale
La verità, per quanto scomoda, è che la violenza non è un’emergenza passeggera, ma un fenomeno sistemico. Si nutre di cultura, modelli, linguaggi, ruoli stereotipati e silenzi. Si radica dentro le case, si insinua nei gruppi WhatsApp, si legittima nei media e si rafforza in ogni battuta sessista lasciata passare. Per questo la prevenzione non può essere relegata agli interventi postumi. Deve iniziare prima. Molto prima.
Prevenzione: un atto educativo quotidiano
Prevenire non significa solo insegnare l’autodifesa o dotarsi di leggi (pur fondamentali). Prevenzione è educazione emotiva, affettiva, relazionale. È insegnare ai bambini cos’è il rispetto, cos’è un confine, cos’è il consenso. È aiutare i ragazzi a dare un nome alle emozioni, a riconoscere la gelosia come un’emozione, non una dimostrazione d’amore. È parlare di potere e di relazioni alla pari, è smontare i miti dell’amore romantico come possesso.
Ma prevenzione è anche formazione trasversale: per genitori, insegnanti, allenatori, operatori della salute, media, forze dell’ordine. È imparare a leggere i segnali, a non minimizzare, a non romanticizzare la possessività. Ogni gesto quotidiano ha un peso. E può cambiare una traiettoria.
Anche salvarla.
La vittimologia: comprendere chi subisce violenza
Accanto alla prevenzione, diventa fondamentale oggi lo studio della vittimologia: quella branca delle scienze criminologiche che analizza non solo il reato, ma la figura della vittima, i contesti, le relazioni con il carnefice.
Inquadrare il fenomeno in chiave vittimologica aiuta a sviluppare strumenti più precisi per la prevenzione, l’intervento e il sostegno postumo.
Fasce di vittime: tre profili, tre dinamiche
1. I giovanissimi (under 25)
Le vittime più giovani spesso condividono caratteristiche specifiche:
• Scarsa autostima, bisogno di approvazione.
• Dipendenza affettiva, spesso scambiata per amore.
• Scarsa educazione emotiva e relazionale.
• Modelli familiari ambigui o disfunzionali.
• Visione distorta del legame amoroso (gelosia = interesse).
Sono ragazze che cercano conferme, riconoscimento, ma non hanno ancora strumenti emotivi per riconoscere l’abuso. Il rischio maggiore qui è la normalizzazione del controllo, dell’invasività, del possesso come dimostrazioni d’amore.
2. La fascia adulta (25-50 anni)
In questa categoria rientrano donne spesso vittime di violenza domestica e relazioni logoranti:
• Con figli piccoli o in condizioni economiche precarie.
• Isolate progressivamente da familiari e am
• Cresciute in contesti in cui la sopportazione era una virtù.
• Relazioni iniziate con idealizzazione, seguite da svalutazione e abuso.
Queste donne rimangono spesso intrappolate da un senso di responsabilità familiare o paura per i figli, che rende più difficile la denuncia o la fuga.
3. La fascia anziana (oltre i 60 anni)
Qui troviamo donne in relazioni violente da decenni o nuove vittime in età senile:
• Convinzioni profondamente radicate sulla supremazia maschile.
• Dipendenza economica o abitativa.
• Isolamento sociale, scarsa digitalizzazione e accesso all’informazione.
• Violenza “tollerata” come parte della v
Giovani vittime: un’analisi criminologica tra cronaca e realtà
Le giovani donne uccise negli ultimi anni hanno acceso il faro sulla necessità di un’analisi più profonda. Di seguito, alcune delle più emblematiche.
Giulia Cecchettin (22 anni, 2023)
Studentessa brillante, prossima alla laurea. Uccisa dall’ex fidanzato che non accettava la fine della relazione. Aveva manifestato segnali di preoccupazione. Il contesto relazionale era segnato da gelosia, possesso, incapacità di accettare la rottura.
Chiara Gualzetti (15 anni, 2021)
Uccisa da un coetaneo che aveva già manifestato disagio psichico. Chiara cercava connessione, era affettuosa, sensibile. Il carnefice l’ha colpita con crudeltà, giustificando il gesto con un impulso oscuro. Il suo caso evidenzia l’assenza di filtri empatici e la pericolosità del ritiro sociale non riconosciuto.
Giulia Lazzari (24 anni, 2024)
Colpita a morte dopo aver tentato di chiudere una relazione tossica. Il partner, possessivo e paranoico, la perseguitava da tempo. La dinamica mostra un’escalation classica: da idealizzazione a controllo, da controllo a violenza.
Alessia P. (22 anni, 2024)
Uccisa in casa. Il fidanzato, conosciuto nel contesto universitario, mostrava tratti narcisistici e ossessivi. Alessia era descritta come generosa, attenta, fiduciosa. La sua
apertura è stata strumentalizzata e dominata.
Saman Abbas (18 anni, 2021)
Caso complesso di femminicidio intra-familiare per motivi culturali. Saman rifiutava un matrimonio forzato. Pagò con la vita la sua richiesta di libertà. È un esempio di come la violenza possa essere anche istituzionalizzata, culturalmente legittimata.
Cosa accomuna i carnefici?
Intolleranza al rifiuto e all’autonomia della partner.
• Storia pregressa di violenza assistita o agita.
• Distorsioni cognitive (es. “Se mi lascia, mi distrugge”).
• Talvolta tratti di personalità narcisistici o antisociali.
Molti di questi soggetti appaiono normali all’esterno: lavorano, studiano, hanno amici. Ma dentro alimentano un’idea relazionale basata sul possesso, non sull’amore.
Falsi miti e riflessioni
Non sempre ciò che appare protettivo lo è davvero:
• Una famiglia presente può anche essere oppressiva.
• Un’alta istruzione non impedisce la dipendenza emotiva.
• Un buon lavoro non salva da relazioni disfunzionali.
E non sempre ciò che appare a rischio lo è:
• Crescere in un contesto povero non determina il destino.
• Avere insicurezze non rende automaticamente vulnerabili.
Per questo servono strumenti più raffinati. L’analisi va fatta caso per caso, considerando individuo, contesto e cultura.
La prevenzione, la cura e il cambiamento devono essere profondi, collettivi, quotidiani.
Prevenire è seminare cultura
Ogni parola detta in tempo, ogni “no” che rompe il silenzio, ogni educazione all’empatia può cambiare una traiettoria.
Prevenire significa insegnare a scegliere, a riconoscere, a valorizzarsi. È il lavoro lento, profondo, culturale che salverà le vite che oggi non possiamo ancora contare.



