Si sente spesso parlare di comportamenti problema: bambini che non ascoltano, che si isolano, che
reagiscono con aggressività, che si distraggono facilmente o che sembrano non voler partecipare a
nulla. Nell’adolescenza, questi comportamenti possono diventare più complessi: chi si chiude nel
silenzio, chi risponde con rabbia, chi mette in difficoltà i genitori con desideri sessuali “non
ortodossi”, chi sfida le regole in modo ripetuto, chi si rifugia nel corpo – con disturbi alimentari, atti
autolesivi, o altre forme di disagio.
La parola problema, di per sé, ha un significato ben preciso: indica qualcosa da risolvere. Pensiamo
al tipico problema di matematica:
“Il contadino va al mercato per comprare due sacchi di grano che costano 20 euro ciascuno.
Quanto spende in tutto?”
Ci si aspetta che il bambino risolva il problema, cioè che dia una risposta esatta. Una volta trovata,
la questione è chiusa. Tutto torna, i conti tornano, il contadino può stare tranquillo di non aver speso
più del necessario.
Lo stesso spesso accade con i comportamenti problema: si cerca una soluzione, magari veloce, per
far sì che quel comportamento “sparisca”, che si chiudano i conti con la questione.
Ma possiamo cambiare prospettiva? E se quel comportamento fosse, in realtà, un messaggio?
Un messaggio non sempre chiaro, certo, non immediatamente comprensibile. Un messaggio cifrato
che vuole dire qualcosa. In questo senso, il “problema” non è solo da risolvere come si fa con
l’esercizio del contadino. È piuttosto un invito a interrogarsi, a lasciarsi colpire da qualcosa che non
torna. Per esempio, un bambino che in classe disturba continuamente, forse non sta solo cercando
attenzione o mettendo alla prova l’adulto. Forse sta cercando una posizione nel mondo, o sta
reagendo a un dolore che non sa nominare. Il suo comportamento è una forma – seppure difficile –
di espressione.
Un giorno, forse scocciato dai problemi ripetitivi, un bambino rispose in modo imprevisto proprio
alla questione del contadino:
“Se il contadino fosse nato in una famiglia di ricchi, non avrebbe avuto proprio questo problema.”
In effetti, se interrogassimo il contadino, che ci dà questo problema da risolvere, forse si
lamenterebbe di non avere abbastanza soldi per poter delegare un servo ad andare a fare la spesa,
oppure si lamenterebbe dei costi eccessivi per i quali un sacco di grano costa addirittura 20 euro,
oppure potrebbe lamentarsi di non aver potuto studiare la matematica essendo nato in povertà, o
addirittura potrebbe confessarci di aver fantasticato di voler rubare a uno che i soldi li ha davvero
piuttosto spaccarsi la schiena.
È una risposta che non risolve l’esercizio, ma apre ad una nuova possibilità di pensiero. Il bambino
non si ferma al calcolo, ma si chiede perché il contadino ha questo problema. Introduce una storia,
un contesto, un senso.
Allo stesso modo, quando un bambino o un adolescente “dà un problema”, potremmo imparare a
non chiudere troppo in fretta la questione. A non far tacere il sintomo, ma interrogarlo: cosa cerca di
dire? Di cosa sta parlando, anche se lo fa in modo scomodo, difficile, anche se lo fa in con “un’altra
lingua”?
Un problema umano non si risolve come un problemino di matematica: si ascolta, si accoglie, si
lascia parlare. Perché, spesso, quello che chiamiamo problema è in realtà una domanda che aspetta
uno spazio per essere accolta. E forse, solo allora, qualcosa può davvero cambiare. Se non si fa
parlare il contadino, ogni volta che leggiamo “un contadino va al mercato...” resterà sempre un
problema da risolvere.



